Bhakti : una relazione d'amore con la vita

Lara • 6 ottobre 2026

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Bhakti: una relazione d'amore con la vita

I fedeli camminano svelti verso il tempio, sembra li guidi un’urgenza, come quando devi incontrarti con una persona cara, per raccontarle qualcosa di importante. Sono scalzi, incuranti del pavimento reso rovente dal sole di tarda mattinata. Gli uomini indossano camice all’occidentale o semplici kurta, le donne sono bellissime, eleganti nei loro sari colorati.

Il caldo mi si appiccica alla pelle, l'aria è densa, polverosa, affollata di odori, quello metallico e grigio dello smog, il profumo stordente di incensi e fiori, quello bianco, dolciastro dell'olio di gelsomino che usano le indiane per lucidarsi i capelli e, di sottofondo una serie di odori pungenti, di umanità, di povertà anche. La strada è piena di tuc tuc, moto, biciclette, pedoni, qualche mucca inspiegabilmente placida, nonostante il frastuono dei clacson, suonati incessantemente. Intorno a me numerose bancarelle vendono frutta, verdura, tanti fiori, collane votive di fiori di tagete, molti espongono la merce direttamente a terra, su coperte di cotone colorate. L’aria sembra ribollire, ho i sensi eccitatissimi e mi sento come in allerta, non sono preparata a tutta questa vita, per assurdo, la percepisco come un pericolo.

Cammino anche io verso il tempio, lentamente però. Sono molto attenta a dove metto i piedi, incapace di abituarmi all’obbligo di togliere le scarpe per entrare nei luoghi sacri. Camminare scalza per le strade indiane, anche se sono pochi metri prima di entrare nel tempio, mi mette a disagio, vedo sporco ovunque; ho l’impressione che l’India sia sommersa dalla plastica, dai rifiuti e nessuno sembri farci troppo caso. Appena varco la porta principale del tempio tutto si trasforma e mi trasforma: lo spazio ospita diverse struttura architettoniche, si dispongono in modo ordinato intorno ad un grande spazio vuoto, tutto è pulito e c’è silenzio. Il corpo risponde a questo cambiamento di prospettiva come un’elastico che improvvisamente perde tensione: si allenta, lascia andare il respiro trattenuto, diventa morbido. Mi metto in coda ad altri pellegrini per raggiungere il cuore del tempio, una stanza piccola, non illuminata, a cui si accede tramite un lungo e stretto corridoio. Gli indiani non conoscono distanza, mi si appiccicano addosso, sono miliardi e non temono la vicinanza. All’inizio un pò mi disturba, poi mi lascio trasportare da questa onda di gesti e preghiere sussurrate, fiori e offerte di denaro strette tra le mani. Continuo a ripetere il mantra, cerco di allentare quel senso di disagio latente, come se mi stessi intrufolando ad una cerimonia a cui non sono stata invitata. Mi fermo davanti ai sacerdoti per ricevere la tilaka, il segno auspicioso fatto sulla fronte con pasta di vibhuti (cenere consacrata) pasta di sandalo o kumkum, una polvere rossa a base di curcuma. Giro tre volte intorno alla murti, il lingam è ricoperto di fiori, lucido di burro: om namah Shivaya, om namah Shivaya, om namah Shivaya… non esiste altro: chiunque tu sia , sei nel posto giusto. Il flusso di fedeli mi spinge verso l’uscita e dopo pochi minuti mi ritrovo all’aperto. Ci metto qualche secondo a riabituarmi alla luce accecante del sole e rimango per qualche secondo ferma, come ad annusare l’aria. I piedi si sono abituati al calore del pavimento, sembra quasi più fresco, ma forse è un gioco della mia mente.

Alla mia sinistra c’è un piccolo tempio, uno spazio rialzato a cui si accede da una scalinata. Diverse colonne disegnano lo spazio, alcune persone siedono in silenzio, gambe incrociate, gli occhi chiusi, al riparo dal sole. Salgo i gradini ancora frastornata, sembro guidata da qualcuno e qualcosa, come se non fossi completamente padrona dei miei gesti, e mi siedo. Tre lunghi respiri, sento il peso del corpo scaricarsi a terra, la colonna estendersi, ritrovo la quiete di gesti conosciuti, di una postura divenuta comoda col tempo e con la pratica quotidiana. Inizio lentamente a rilassarmi, la mente cullata dal ritmo del respiro. Piano, qualcosa di potente mi radica a terra, mi rende pesante , compatta, stabile e poi lentamente, espande il centro del petto. Prima una pressione che diviene calore, uno spazio caldo che si allarga, mi allaga… forse la suggestione, più probabilmente la devozione di migliaia di persone che prima di me hanno meditato all’ombra di queste colonne ma non importa. Mi distraggo, poi ritorno. Qualcosa si muove sotto pelle, si annoda alla gola e poi si scioglie, mi scioglie ed io improvvisamente, meravigliosamente, piango.

Tutto è sacro, io sono sacra e la vita è un dialogo continuo e costante tra il suo volere e il mio e tutto, tutto, trova il suo senso solo attraverso l’amore. Vivi, vivi e basta. Ama, ama e basta, non c’è niente di cui avere paura. 

 


Il termine sanscrito bhakti deriva dalla radice verbale bhaj dai molteplici significati: distribuire, donare, coltivare, adorare, amare, ed indica un profondo e assoluto amore per Dio, una devozione emotiva che si manifesta con un desiderio appassionato di unione col divino. Si trovano tracce di bhakti già in ambito vedico ma la dottrina della Bhakti si affina principalmente intorno alla figura di Krishna per poi consolidarsi in precisi movimenti religiosi a partire dal VII secolo nell'India meridionale. Raggiunge il suo apice intorno al XV-XVII secolo, sopratutto nella cultura tamil. I testi più importanti del movimento bhakti sono la Bhagavad Gita, il Bhagavata Purana e i Bhakti Sutra di Narada.

Il Bhagavata Purana (VI-X sec. d.C), celebra Visnu/Krishna, inteso come Bhagavat, il glorioso e classifica nove forme di espressione della Bhakti: 

-Sravana: l’ascolto dei nomi e delle gesta divine

-Kirtana: il canto dei nomi e delle gesta di Dio

-Smarana: la ripetizione mormorata o mentale dei nomi e delle gesta divine

-Pada-sevana: l’asservimento ai piedi di Dio

-Archana: la pratica cultuale

Nei Purana vengono indicate pratiche precise seguite scrupolosamente ancora oggi dalla maggior parte dei devoti: la recitazione degli inni, i pellegrinaggi nei luoghi santi, la ripetizione del nome di Dio e i riti di adorazione.

La relazione tra il devoto -bhakta- e la divinità - istha devata- è una relazione intima, personale, che pervade l’intera esistenza: ogni gesto, ogni attività quotidiana è volta alla celebrazione della volontà divina. Si crea una profonda vicinanza, che implica un’ arrendersi, un totale donarsi a Dio e alla sua volontà, tutto diviene offerta, ringraziamento, dono.

Nella pratica dello yoga vi è un termine- seva- che può essere tradotto come servizio disinteressato.Esistono due forme di Seva : il Bahyika seva , il servizio verso l’esterno, verso gli altri essere viventi, che siano piante, animali o persone, che può essere di natura fisica o intellettuale e il servizio verso Dio, Antarika seva, che implica la propria sadhana personale e la bhakti, l’amore profondo verso Dio.Noi siamo abituati ad agire per manifestare la nostra volontà nel mondo, il seva cambia questa prospettiva, trasformando ogni nostra azione in uno strumento per permettere alla volontà della vita di manifestarsi attraverso di noi.Nella relazione tra noi e la vita, nessuno svolge un ruolo passivo, tra noi e la realtà intorno a noi, c’è sempre una reciproca responsabilità creativa, uno scambio continuo, una co-partecipazione attiva, che costruisce chi siamo e la realtà che abitiamo.Vi è uno spazio vuoto tra ciò che accade e la risposta che diamo a ciò che accade, è in quello spazio che costruiamo la nostra relazione con la vita, dando forma alla nostra realtà.

La bhakti ci invita ad abitare quello spazio con l’amore e non con il controllo, ci invita a celebrare la vita attraverso il nostro lavoro e le nostre relazioni, donandole ogni nostro talento ed anche, ogni nostro limite. Nessun merito, nessun demerito, solo permettere alla vita di attraversarci e attraverso di noi, essere.Noi non abbiamo nessun controllo su ciò che ci accade, questa è la verità, la vita è un fiume che ci attraversa e forse, vale la pena fidarsi, del fiume e delle nostre capacità di fluire con l’acqua… e meglio ancora, quando e se riusciamo, amarlo profondamente quel fiume, amarlo così tanto da sentire che siamo il fiume stesso e che quel fiume rappresenta la nostra opportunità per tornare ad essere mare.


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«Na prayojanavattvāt lokavat tu līlākaivalyam» «Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco.» Brahmasūtra II, 1, 32-33.  Le qualità di Lila In sanscrito il termine Lila indica un’azione compiuta nel gioco, intendendola come priva di qualsiasi predeterminazione, di ogni interesse, un’azione fatta per puro piacere e in totale libertà espressiva. La tradizione induista descrive con questo termine l’azione di Dio nel mondo; attraverso lila l’Universo manifesto, Maya, viene ad essere. È un’azione spontanea, priva di sforzo, scevra da ogni desiderio. Perché Dio agisce? Perché crea l’Universo? Semplicemente perché può farlo, per sperimentare sé stesso, conoscersi, riconoscersi e incarnare la Sua natura beata, Ananda. Maya Maya all’interno del variegato mondo induista ha sfumature diverse a seconda del periodo storico e della tradizione filosofica a cui appartiene ma alcuni elementi rimangono costanti nel tempo. La manifestazione è impermanente, si articola attraverso continui cicli di nascita e distruzione ed è in perenne movimento, soggetta a ininterrotti cambi di stato. Si esprime attraverso una danza, un caleidoscopio di colori, suoni, forme, odori, consistenze che incanta la mente, cattura i sensi assorbendoli così profondamente da far dimenticare alla nostra parte più intima e sacra la sua vera natura. Ciò che è alla sorgente di questo gioco è, infatti, quel principio primo, immobile e imperituro, che viene descritto come Sat Cit Ananda, unica verità, pura coscienza, assoluta beatitudine e rappresenta la natura ultima di ogni cosa, sia senziente o inseziente, noi compresi. Se siamo parte integrante della meravigliosa danza di Dio, perché soffriamo? Secondo la tradizione yogica prima di tutto perché abbiamo dimenticato, ci siamo lasciati assorbire completamente dal gioco, credendoci separati dal Tutto, secondo perché le nostre azioni hanno perso ogni innocenza. Nella tradizione upanisadica la causa principale della nostra sofferenza- dukkha- è l’agire. Per questa tradizione noi nasciamo e rimaniamo prigionieri di Maya, reincarnandoci centinaia, migliaia di volte, in conseguenza al nostro desiderio di agire e di appagare, attraverso l’azione, due pulsioni principali, il piacere, raga e il disgusto, dvesa. La prima soluzione che gli antichi rishi avevano immaginato per liberarci da questa nostra continua sofferenza era rinunciare all’azione. Le pratiche yoga ruotavano intorno alla rinuncia, alla preghiera, alla meditazione e spesso, diciamolo pure, alla mortificazione di ogni pulsione vitale. La Bhagavad Gita e il ruolo dell'agire Col tempo alcuni testi hanno dato una nuova interpretazione dell’agire, primo fra tutti la Bhagavad Gita. Questo testo meraviglioso illustra in modo chiaro la via dello yoga, presentando tre strade: Bhakti yoga, la via della devozione, Jnana yoga, la via della conoscenza e Karma yoga, la via dell’azione. Tutte queste vie, questi metodi di autorealizzazione vedono l’azione lecita, ma solo svincolandola da ogni appagamento egoico. Nel bhakti yoga l’agire è sempre rivolto alla celebrazione del divino, nel jnana yoga alla conoscenza del divino e dei testi sacri, nel karma yoga alla realizzazione del Dharma, la legge armonica che regola l’Universo. Su questo piano di esistenza noi siamo obbligati ad agire, anzi attraverso le azioni rispondiamo al nostro swadharma, svolgiamo il nostro compito personale, contribuendo a mantenere stabile l’equilibrio dell’universo. La nostra azione però deve essere libera e disinteressata, deve rispecchiare l’agire del divino, quel lila, quel gioco libero e puro attraverso cui si è generato l’universo stesso. Liberandoci da ogni attaccamento al frutto dell’azione smettiamo di generare Karma, ci liberiamo della sofferenza e camminiamo verso la nostra autorealizzazione. Karma e azione La parola sanscrita karma deriva dalla radice verbale kr tradotta come fare, causare e descrive la forza cinetica, generata dal desiderio, che si imprime all’azione e che può essere talmente forte da rimanere attiva per molto tempo, superare la morte e perpetuarsi in vite successive finché non si esaurisce. Più forte è il desiderio, più potente sarà la forza impressa sulla freccia che scagliamo. Cosa vuol dire in sintesi? E in che modo questo messaggio può aiutarci a sostenere la nostra vita quotidiana? Se ci pensiamo noi agiamo quasi sempre spinti da precise aspettative e diamo valore alle nostre azioni in base ai risultati che otteniamo, imprigionandoci in un continuo ciclo di gratificazioni e delusioni che condizionano per forza le nostre azioni future, caricandole di significati a volte non strettamente, coerentemente legati al momento presente e conducendoci verso modi di agire che non rispecchiano profondamente il nostro sentire. Ciò che immaginiamo, i risultati, le conseguenze del nostro agire, però, non sono, se ci pensate, sotto il nostro controllo, rispondono a centinaia di variabili, sono come dice la Bhagavad Gita, in mano a Dio, alla vita. Questo non vuol dire che non dobbiamo imparare dalle nostre esperienze ma che possiamo provare a mantenere la nostra mente libera dall’aspettativa e ad agire per il puro piacere di fare, perché sappiamo farlo o, semplicemente, è nostro compito farlo, lasciando che il risultato sia affidato alla vita. Questo ci deresponsabilizza? In parte si, ma solo in parte, perché abbiamo comunque la possibilità di fare la scelta che riteniamo più appropriata, discernere, usare la conoscenza, la devozione, la riflessione, il cuore. “Colui le cui imprese sono tutte esenti dall’atto di volizione che precede dal desiderio, colui le cui opere sono bruciate al fuoco del conoscere, questo appunto chiamano uomo di sapere. Avendo dismesso l’attaccamento al frutto dell’operar, sempre soddisfatto, senza doversi appoggiare ad alcunché, egli non fa nulla, sebbene sia sempre occupato ad agire”Bhagavad Gita IV: 19,20 Difficile? eccome! Tanto che la stessa tradizione ci dice che servono molte vite per riappropriarci di questa competenza; però possiamo esercitarci. Possiamo provare a fare cose solo per il piacere di farlo, cucinare per esempio, godendoci l’annusare, l’impastare, facendoci assorbire dalle consistenze, dagli odori, senza aspettarci complimenti, ricompense. Agire per sperimentare, conoscere nuove cose, vivere in modo pieno gesti e sapori conosciuti e spesso dati per scontati. La pratica di yogasana è un altro meraviglioso strumento per praticare le tre vie elencate nella Bhagavad Gita: utilizziamo il movimento per celebrare il corpo e il l respiro come luoghi sacri alla vita, conosciamo noi stessi, la nostra natura energetica e spirituale, riportiamo il corpo in equilibrio, percependolo come integro, riunificando aspetti spesso sentiti come separati. Quando riusciamo ad agire semplicemente rispondendo alla nostra natura più intima e sacra contribuiamo alla bellezza del creato, donandogli e valorizzando la nostra unicità.
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L’ayurveda non divide l’anno in tre stagioni ma in due periodi ciascuno diviso in tre stagioni, di due mesi ciascuna. L’anno si divide in un primo periodo, Uttraiana , che va da Gennaio a Giugno, caratterizzato da un progressivo riscaldamento del clima che aumentando calore e secchezza porta ad una perdita di forza nell’organismo umano. In questa stagione crescono vegetali amari, stringenti e pungenti ( il tempo dei cavoli, dei radicchi, delle radici amare). Daxinaiana , denominata stagione umida, va da luglio a dicembre ed è caratterizzata da un progressivo raffreddamento del clima e dal recupero delle forze psicofisiche dell’individuo. in Natura crescono vegetali aspri, salati e dolci ( frutta estiva, verdure più dolci come la zucca, i finocchi, le bietole). Questi due grandi periodi si dividono ognuno in tre stagioni: Uttraiana si divide in : Sisira : gennaio-febbraio- inverno secco Vasanta : marzo-aprile; primavera Grisma : maggio-giugno; estate secca Daxinayana si divide in: Varsha : luglio-Agosto; estate umida Sharad : settembre-ottobre; autunno Hemanda : novembre, dicembre; inverno umido. Ognuna di queste fasi influenza il funzionamento dei Dosha ( vi rimando all’articolo precedente sull’ayurveda) creando piccoli disequilibri alla nostra costituzione individuale. L’antica scienza medica indiana ci invita ad impostare le nostre abitudini di vita rispettando i cicli della natura e ci offre piccoli consigli per mantenere in armonia il dentro con il fuori, armonia necessaria al nostro stato di buona salute.
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Il termine sanscrito kala viene utilizzato sia per descrivere una piccola parte misurabile di tempo sia per indicare ere o cicli cosmici. Nella tradizione filosofica indiana il tempo non è interpretato come un fenomeno lineare, una serie di punti che si dispongono in fila, su una linea retta e che una volta superati sono in un certo senso persi. L’interpretazione indiana vede il tempo come un fenomeno circolare e lo calcola sulla ripetizione di cicli lunghissimi, kali appunto, che si ripetono in modo perpetuo. La concezione del vivere è di conseguenza molto diversa in quanto, almeno che non si sia raggiunta la realizzazione spirituale, che ci permette l’uscita dal samsara, il continuo ciclo di rinascite, la vita ordinaria ci regalerà altre esistenze e reincarnazioni e in un certo senso, maggior tempo. La morte, che viene chiamata anche col termine kala, proprio ad indicare qualcosa che si muove nel tempo, è una delle innumerevoli trasformazioni che l’energia divina compie nel suo infinito e cangiante gioco. La meravigliosa Dea Kali Durga trae il suo nome dalla stessa radice etimologica kal, è infatti la terrifica Dea della distruzione, della guerra e della morte, cosi come Shiva suo eterno compagno è rappresentato anche nella forma di Shiva Kala, Signore del tempo che divora ogni cosa.
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