Introduzione al tantrismo non duale del Kashmir
Il cuore della non dualità

Il Tantrismo non duale del Kashmir, sviluppatosi principalmente tra il IX e il XIII secolo, raccoglie diverse correnti filosofiche e contemplative accomunate da una concezione radicalmente non duale della realtà. Tra queste, la tradizione dello Śaivismo non duale del Kashmir, associata a maestri come Utpaladeva, Abhinavagupta e Kṣemarāja, elabora una sofisticata filosofia della Coscienza e della manifestazione.
Il termine Coscienza indica non soltanto la consapevolezza individuale o la capacità della mente di osservare ciò che accade ma descrive il principio fondamentale alla base di ogni esperienza possibile. La Coscienza Cit è il principio fondamentale della realtà, il substrato dal quale ogni esperienza emerg, nel quale ogni esperienza può essere conosciuta e al quale ogni esperienza ritorna.
Il punto centrale di questa corrente di pensiero è l'affermazione dell'unità della realtà: non esistono due principi indipendenti, uno spirituale e uno materiale, né una Coscienza separata dal mondo che essa esperisce. La realtà ultima è Śiva, inteso come Coscienza assoluta (cit), infinita, autonoma e auto-luminosa e allo stesso tempo dinamica e creativa.
La Coscienza non è concepita come una presenza statica. La sua caratteristica fondamentale è la capacità di essere consapevole di sé e di manifestarsi. Questa potenza dinamica della Coscienza viene indicata come Śakti. Śiva e Śakti non sono dunque due realtà distinte: sono due aspetti inseparabili dell'unica realtà, rispettivamente Coscienza e potenza della Coscienza.
Da questa prospettiva, la manifestazione non costituisce un'alterità rispetto all'Assoluto. Il mondo non è un'illusione da cui liberarsi né un livello di realtà ontologicamente separato dalla Coscienza. È la manifestazione della Coscienza stessa, resa possibile dalla sua libertà (svātantrya). La molteplicità non nega quindi l'unità ma è il modo in cui l'unità si esprime.
Questo comporta una conseguenza decisiva sul piano spirituale. Se la realtà è non duale, la liberazione non può consistere nel raggiungere una realtà diversa da quella presente. Consiste piuttosto nel riconoscimento (pratyabhijñā) della propria natura, cioè nel riconoscere che la Coscienza che conosce, l'esperienza conosciuta e il mondo in cui l'esperienza avviene non sono, in ultima analisi, realtà separate.
L'esperienza ordinaria è caratterizzata dalla percezione della separazione: io e mondo, soggetto e oggetto, interno ed esterno. Il problema, secondo questa prospettiva, non è l'esistenza della molteplicità ma il fatto che la Coscienza non riconosca pienamente se stessa nella propria manifestazione.
Per questo il Tantrismo non duale del Kashmir non propone necessariamente un rifiuto del corpo, dei sensi o della vita quotidiana. Al contrario, proprio perché ogni esperienza è una modalità della Coscienza, l'esperienza stessa può diventare il luogo del riconoscimento.
La pratica non mira quindi semplicemente a sottrarsi al mondo ma a modificare il modo in cui il mondo viene conosciuto. Il fine ultimo della pratica diviene riconoscere, nell'esperienza della molteplicità, la realtà non separata della Coscienza.










