Mary Oliver : la poesia come pratica di presenza

Lara • 21 ottobre 2026

Condividi questo articolo



Il mio lavoro è amare il mondo (My work is loving the world), scrive in Messenger Mary Oliver.



Ho sempre pensato alla poesia di Mary Oliver come ad una dichiarazione d’amore alla vita e sopratutto alla natura. Le poesie raccontano, con un linguaggio limpido e diretto la sua relazione intima e appassionata con tutto ciò che la circonda. Uno sguardo attento e partecipe, che dirada la nebbia dell’abitudine e della distrazione e restituisce luminosità alle cose. Tutto viene descritto con l’intensità vibrante di un evento straordinario:  boschi, stagni, animali, erbe selvatiche e cieli aperti vengono osservati e raccontati con minuzia di particolari anche l’infinitamente piccolo, il dettaglio spesso trascurato, tutto si mostra pienamente allo sguardo vivido di chi osserva. Mary Oliver racconta un modo di abitare il mondo in cui l'attenzione diventa una forma di conoscenza, la meraviglia una possibilità quotidiana e la natura un corpo vivo che respira e si muove, quasi palpita. 

Mary Oliver, la poeta della meraviglia

Oliver nasce nel 1935 in Ohio, negli Stati Uniti, e muore nel 2019. È stata una delle voci più amate della poesia americana contemporanea, vincitrice del Premio Pulitzer nel 1984 per la raccolta American Primitive.

La natura è il cuore della sua scrittura. Non una natura idealizzata, immobile e sempre rassicurante ma un mondo vivo, a volte perturbante perché abitato da presenze che seguono ritmi e leggi indipendenti dai nostri bisogni. Il suo sguardo si posa su le volpi, le oche selvatiche, le cavallette, gli alberi, l’acqua , senza imporre loro un significato e lascia che sia il loro stesso apparire a suggerire una domanda, un pensiero, un’intuizione.

La sua poesia è semplice, nel senso che rifiuta ogni fascinazione, preferendo un contatto diretto con la realtà: per vedere davvero una cosa occorre tempo, occorre tornare a osservarla, accettare di non conoscerla del tutto, rinunciare per un momento alla fretta di attribuirle un significato. 

Camminava tanto Mery Oliver. Le sue passeggiate mattutine erano celebri tra gli abitanti di Provincetown ormai abituati a vederla tornare dalle sue lunghe escursioni nei boschi munita del suo prezioso taccuino. Nelle sue poesie, il mondo naturale è una realtà che esiste anche al di fuori di noi, con la sua irriducibile alterità. Un mondo che non è stato creato per risponderci, consolarci o offrirci insegnamenti ma che possiamo imparare a incontrare con rispetto e meraviglia.

L'attenzione è una forma di presenza

Viviamo spesso proiettati altrove: verso ciò che dobbiamo fare, ciò che avremmo dovuto fare, ciò che immaginiamo possa accadere. La mente anticipa, organizza, confronta. Spesso non siamo mai pienamente presenti all’esperienza e finiamo per attraversare distrattamente anche momenti abitati da straordinaria bellezza, senza incontrarla davvero. La poesia di Mary Oliver ci invita a stare, a sostare nell’esperienza di ciò che c’è, riappropriandoci della nostra capacità di sentire. Il rumore dell'acqua, la consistenza della terra sotto i piedi, la luce che attraversa i rami, il movimento quasi impercettibile di un insetto, sono dettagli che possano raccontarci potentemente la bellezza della vita, se concediamo loro la nostra attenzione. In questo senso, la poesia di Oliver incontra una dimensione contemplativa molto vicina alla pratica meditativa: non fuggire dall'esperienza ordinaria ma dimorare in essa.

L'attenzione diventa uno strumento che costruisce relazione, avvicina. Quando prestiamo attenzione a qualcosa, interrompiamo per un momento il nostro dialogo interiore e lasciamo che ciò che è altro da noi acquisti presenza. Il mondo smette di essere soltanto lo sfondo delle nostre vicende e torna a manifestarsi nella sua pienezza. La poesia di Mary Oliver detiene, secondo me, uno dei poteri più luminosi del linguaggio poetico : la capacità di incontrare qualcosa che credevamo di conoscere già come se non lo avessimo mai visto.

La natura non è soltanto uno specchio

La natura in Oliver non è solo metafora del nostro mondo interiore, il suo sguardo non riconduce tutto a se stesso, a volte l’io che quello sguardo sostiene sembra quasi scomparire, fondersi nell’oggetto osservato. Anche in questo la sua poesia si avvicina alla pratica meditativa, espande lo spazio dell’io, ci decentra, ci obbliga ad una visione più ampia. La natura nella sue infinite forme è presenza viva, portatrice di una storia e di una voce che non coincide con la nostra. Accorgersene significa allentare, almeno per un momento, la centralità dell'io. Nella sua scrittura l’essere umano non occupa una posizione privilegiata. L’io poetico costruisce col mondo naturale una relazione alla pari, non vuole dominarlo o ridurlo a sfondo della propria esperienza. E’un incontro fatto di ascolto, attenzione e reciproca appartenenza; una vicinanza tra sé ed il mondo che dissolve le distanze , fino a farci sentire parte di un’unica trama di vita. La consapevolezza di essere parte di un mondo molto più vasto delle nostre preoccupazioni, dei nostri progetti e delle nostre interpretazioni trasforma radicalmente il nostro rapporto con la natura: non più soltanto una risorsa da utilizzare, un paesaggio da ammirare o un rifugio in cui ritirarci quando la vita diventa troppo rumorosa ma una comunità di viventi alla quale apparteniamo.

E’ in questa prossimità, in questo sentirsi parte e non al centro che nasce la meraviglia.


La meraviglia come pratica quotidiana

La meraviglia diventa quindi una disposizione dello sguardo; la capacità di riconoscere che ciò che è straordinario non si trova necessariamente altrove ma emerge dalla vita nella sua semplicità, se impariamo a prestarle attenzione. Nella poesia di Oliver la meraviglia non è riservata ai momenti eccezionali, abita il quotidiano, nasce da uno sguardo vivo, capace di incontrare le cose, anche le più ordinarie, senza darle per scontato. Quando l’abitudine allenta la sua presa, il mondo rivela la propria incredibile ricchezza. Ciò che credevamo di conoscere si mostra sotto una luce diversa e le cose familiari, come una libellula o una formica, tornano a sorprenderci.

 La meraviglia nasce da questo sguardo bambino, non innocente ma nuovo, limpido, disponibile a non considerare nulla come completamente conosciuto. Uno sguardo aperto alle domande anche davanti a ciò che crediamo familiare.


Una pratica poetica

In The Summer Day, una delle poesie più conosciute di Mary Oliver, l'osservazione di una cavalletta si apre progressivamente a una domanda che riguarda il senso della nostra esistenza: che cosa intendiamo fare della nostra unica, preziosa vita?

La domanda arriva dopo che la poesia ci ha fatto sostare davanti a una creatura minuscola, descritta con una cura che potrebbe sembrare sproporzionata rispetto alla sua apparente insignificanza. E’ in realtà questa attenzione a preparare il suo terreno. Prima di interrogarci su come dovremmo vivere, Oliver ci invita a incontrare la vita nella sua concretezza., a percepirne la consistenza, la bellezza, la fragilità. Ci ricorda che siamo natura e che la nostra realizzazione parte forse dalla nostra capacità di partecipare attivamente a questo splendore. 

La domanda finale non è a mio avviso un invito a riempire ogni momento di esperienze, ne a realizzare imprese eroiche o realizzare chissà quali sogni. La sua domanda ci chiede come desideriamo abitare il tempo che abbiamo, cosa merita la nostra attenzione. 

Non sempre possiamo scegliere ciò che accade. Possiamo però interrogarci sul modo in cui ci mettiamo in relazione con ciò che accade, su quello che scegliamo di custodire, sulla possibilità di non lasciare che ogni giornata ci scivoli accanto senza essere incontrata.

La poesia non offre una risposta, tantomeno una risposta valida per tutti, ci restituisce una domanda da portare con noi, ancora una volta apre uno spazio di ascolto.

Pratiche poetiche: un esercizio per imparare a guardare

Per incontrare la poesia di Mary Oliver, ti propongo una pratica molto semplice, un esercizio che quando lavoravo nelle scuole facevo fare anche ai bambini.

1. Scegli una piccola porzione di mondo.

Esci a camminare, siediti in giardino o fermati davanti a una finestra. Scegli qualcosa di piccolo, un dettaglio che attiri appena la tua attenzione: una foglia, un piccolo pezzetto di terra smossa, una formica, una nuvola, il movimento della luce tra le foglie di un albero.

2. Resta in ascolto.

Dedica alcuni minuti a osservare ciò che hai scelto. Cerca di non trasformarlo subito in una metafora, di non domandarti quale emozione suscita in te. Lascia la tua intimità sullo sfondo. Guarda le forme, i colori, i movimenti. Nota ciò che cambia e ciò che rimane. Se la mente si allontana, torna semplicemente a osservare.

3. Lascia che l'incontro diventi parola.

Prendi un quaderno e scrivi senza preoccuparti di comporre una poesia. Descrivi ciò che hai visto, ma prova anche a registrare ciò che è accaduto mentre guardavi

Puoi lasciarti guidare da queste domande:

  • Che cosa ho notato soltanto quando ho rallentato?
  • Quale dettaglio mi ha sorpresa?
  • Che cosa è cambiato nel mio modo di sentire mentre osservavo?

4. Concludi con una domanda aperta.

Rileggi ciò che hai scritto e completa questa frase:

Oggi, prestare attenzione mi ha permesso di…

Lascia che la risposta sia semplice, anche incompleta. Non deve essere una rivelazione. Può essere soltanto un dettaglio che prima non avevi visto, una sensazione, una domanda che non avevi ancora formulato.

Puoi ripetere questa pratica in giorni diversi, scegliendo ogni volta qualcosa di nuovo da osservare. Con il tempo, forse, ti accorgerai che non è cambiato soltanto ciò che vedi, ma anche il tempo che sei disposta a dedicargli.

Tornare al mondo, tornare alla vita

Leggere Mary Oliver significa ricordare che ciò che conta è spesso più vicino di quello che pensiamo, è spesso qualcosa di piccolo, ordinario e che basta uscire dai nostri schemi abituali si pensiero per tornare a vedere.

La sua poesia ci invita a fare spazio all’esperienza, ci aiuta a riconoscere che la vita non coincide interamente con ciò che pensiamo di essa e che diventa incredibilmente più ampia e ricca i quando le prestiamo maggior attenzione

Ci insegna anche che non dobbiamo cercare le risposte ma imparare a sostare nelle domande, perchè è in quello spazio aperto che la vita può raggiungerci in modi inattesi. 



Posts recenti

Autore: Lara • 13 ottobre 2026
Celebrare la vita
Autore: Lara • 6 ottobre 2026
Al principio Dio era femmina
Autore: Lara • 6 ottobre 2026
Bhakti: una relazione d'amore con la vita
Autore: Lara • 5 ottobre 2026
«Na prayojanavattvāt lokavat tu līlākaivalyam» «Egli non ha motivo di essere. Allo stesso modo il mondo è semplicemente un suo gioco.» Brahmasūtra II, 1, 32-33.  Le qualità di Lila In sanscrito il termine Lila indica un’azione compiuta nel gioco, intendendola come priva di qualsiasi predeterminazione, di ogni interesse, un’azione fatta per puro piacere e in totale libertà espressiva. La tradizione induista descrive con questo termine l’azione di Dio nel mondo; attraverso lila l’Universo manifesto, Maya, viene ad essere. È un’azione spontanea, priva di sforzo, scevra da ogni desiderio. Perché Dio agisce? Perché crea l’Universo? Semplicemente perché può farlo, per sperimentare sé stesso, conoscersi, riconoscersi e incarnare la Sua natura beata, Ananda. Maya Maya all’interno del variegato mondo induista ha sfumature diverse a seconda del periodo storico e della tradizione filosofica a cui appartiene ma alcuni elementi rimangono costanti nel tempo. La manifestazione è impermanente, si articola attraverso continui cicli di nascita e distruzione ed è in perenne movimento, soggetta a ininterrotti cambi di stato. Si esprime attraverso una danza, un caleidoscopio di colori, suoni, forme, odori, consistenze che incanta la mente, cattura i sensi assorbendoli così profondamente da far dimenticare alla nostra parte più intima e sacra la sua vera natura. Ciò che è alla sorgente di questo gioco è, infatti, quel principio primo, immobile e imperituro, che viene descritto come Sat Cit Ananda, unica verità, pura coscienza, assoluta beatitudine e rappresenta la natura ultima di ogni cosa, sia senziente o inseziente, noi compresi. Se siamo parte integrante della meravigliosa danza di Dio, perché soffriamo? Secondo la tradizione yogica prima di tutto perché abbiamo dimenticato, ci siamo lasciati assorbire completamente dal gioco, credendoci separati dal Tutto, secondo perché le nostre azioni hanno perso ogni innocenza. Nella tradizione upanisadica la causa principale della nostra sofferenza- dukkha- è l’agire. Per questa tradizione noi nasciamo e rimaniamo prigionieri di Maya, reincarnandoci centinaia, migliaia di volte, in conseguenza al nostro desiderio di agire e di appagare, attraverso l’azione, due pulsioni principali, il piacere, raga e il disgusto, dvesa. La prima soluzione che gli antichi rishi avevano immaginato per liberarci da questa nostra continua sofferenza era rinunciare all’azione. Le pratiche yoga ruotavano intorno alla rinuncia, alla preghiera, alla meditazione e spesso, diciamolo pure, alla mortificazione di ogni pulsione vitale. La Bhagavad Gita e il ruolo dell'agire Col tempo alcuni testi hanno dato una nuova interpretazione dell’agire, primo fra tutti la Bhagavad Gita. Questo testo meraviglioso illustra in modo chiaro la via dello yoga, presentando tre strade: Bhakti yoga, la via della devozione, Jnana yoga, la via della conoscenza e Karma yoga, la via dell’azione. Tutte queste vie, questi metodi di autorealizzazione vedono l’azione lecita, ma solo svincolandola da ogni appagamento egoico. Nel bhakti yoga l’agire è sempre rivolto alla celebrazione del divino, nel jnana yoga alla conoscenza del divino e dei testi sacri, nel karma yoga alla realizzazione del Dharma, la legge armonica che regola l’Universo. Su questo piano di esistenza noi siamo obbligati ad agire, anzi attraverso le azioni rispondiamo al nostro swadharma, svolgiamo il nostro compito personale, contribuendo a mantenere stabile l’equilibrio dell’universo. La nostra azione però deve essere libera e disinteressata, deve rispecchiare l’agire del divino, quel lila, quel gioco libero e puro attraverso cui si è generato l’universo stesso. Liberandoci da ogni attaccamento al frutto dell’azione smettiamo di generare Karma, ci liberiamo della sofferenza e camminiamo verso la nostra autorealizzazione. Karma e azione La parola sanscrita karma deriva dalla radice verbale kr tradotta come fare, causare e descrive la forza cinetica, generata dal desiderio, che si imprime all’azione e che può essere talmente forte da rimanere attiva per molto tempo, superare la morte e perpetuarsi in vite successive finché non si esaurisce. Più forte è il desiderio, più potente sarà la forza impressa sulla freccia che scagliamo. Cosa vuol dire in sintesi? E in che modo questo messaggio può aiutarci a sostenere la nostra vita quotidiana? Se ci pensiamo noi agiamo quasi sempre spinti da precise aspettative e diamo valore alle nostre azioni in base ai risultati che otteniamo, imprigionandoci in un continuo ciclo di gratificazioni e delusioni che condizionano per forza le nostre azioni future, caricandole di significati a volte non strettamente, coerentemente legati al momento presente e conducendoci verso modi di agire che non rispecchiano profondamente il nostro sentire. Ciò che immaginiamo, i risultati, le conseguenze del nostro agire, però, non sono, se ci pensate, sotto il nostro controllo, rispondono a centinaia di variabili, sono come dice la Bhagavad Gita, in mano a Dio, alla vita. Questo non vuol dire che non dobbiamo imparare dalle nostre esperienze ma che possiamo provare a mantenere la nostra mente libera dall’aspettativa e ad agire per il puro piacere di fare, perché sappiamo farlo o, semplicemente, è nostro compito farlo, lasciando che il risultato sia affidato alla vita. Questo ci deresponsabilizza? In parte si, ma solo in parte, perché abbiamo comunque la possibilità di fare la scelta che riteniamo più appropriata, discernere, usare la conoscenza, la devozione, la riflessione, il cuore. “Colui le cui imprese sono tutte esenti dall’atto di volizione che precede dal desiderio, colui le cui opere sono bruciate al fuoco del conoscere, questo appunto chiamano uomo di sapere. Avendo dismesso l’attaccamento al frutto dell’operar, sempre soddisfatto, senza doversi appoggiare ad alcunché, egli non fa nulla, sebbene sia sempre occupato ad agire”Bhagavad Gita IV: 19,20 Difficile? eccome! Tanto che la stessa tradizione ci dice che servono molte vite per riappropriarci di questa competenza; però possiamo esercitarci. Possiamo provare a fare cose solo per il piacere di farlo, cucinare per esempio, godendoci l’annusare, l’impastare, facendoci assorbire dalle consistenze, dagli odori, senza aspettarci complimenti, ricompense. Agire per sperimentare, conoscere nuove cose, vivere in modo pieno gesti e sapori conosciuti e spesso dati per scontati. La pratica di yogasana è un altro meraviglioso strumento per praticare le tre vie elencate nella Bhagavad Gita: utilizziamo il movimento per celebrare il corpo e il l respiro come luoghi sacri alla vita, conosciamo noi stessi, la nostra natura energetica e spirituale, riportiamo il corpo in equilibrio, percependolo come integro, riunificando aspetti spesso sentiti come separati. Quando riusciamo ad agire semplicemente rispondendo alla nostra natura più intima e sacra contribuiamo alla bellezza del creato, donandogli e valorizzando la nostra unicità.
Autore: Lara • 4 ottobre 2026
Il cuore della non dualità
Autore: Lara • 2 ottobre 2026
Virabhadrasana : il guerriero di luce
Autore: Lara • 1 ottobre 2026
Il potere della ripetizione nella pratica yoga
Autore: Lara • 1 ottobre 2026
Ileo psoas : il muscolo dell'anima
Autore: Lara • 1 ottobre 2026
Yoga e ayurveda, alleati per il nostro benessere. In questo post vi lascio alcuni semplici consigli per aiutare il corpo nei mesi più freddi
Autore: Lara • 30 settembre 2026
La poesia come pratica meditativa
Show More